entomophobia

home    message    submit    archive    theme
©

boh.
che hai detto? boh.
ti piacciono le riviste di meccanica? boh.

mattia dice che nella scena tizia è conosciuta come la tipa del tizio, e che lo declama proprio: “ciao, piacere, io nella scena sono la tipa del tizio, tu come ti chiami?”
elisa nella scena è invece nota come quella col naso morbido, pare qualcuno le avesse anche dedicato una canzone in proposito, sarà stato forse uno di quei gruppi delletredelpomeriggiosulpalcopiccolodelmiami.
io nella scena vorrei essere una rana, tanto per cambiare, ma chissà se lo accetteranno. (one of us! one of us!)
mattia vuole scrivere un blog di gossip della scena milanese, vorrebbe intitolarlo “il blog noto nella scena come il blog della scena”, però teme che gli tapperanno la bocca, che finirà insomma come l’enrico papi del network, o come quello là che ci aveva un myspace di sputtanamento indie milan scene, e pubblicava foto di promiscuità da borgata (si dai, limoni in amicizia e calze bucate all’ultimo grido, siamo a milano mica a londra).

dopo qualche cinquellitri al boh ci rifugiamo in una casa profumata e pulita dove nessuno fuma e in giro ci sono cartine di ghiaccioli all’amarena, io dico “anche tu mangi i gelati alla banana dell’esselunga!”, e in coro mi viene risposto “vale, è rosa, ghiacciolo all’a-ma-re-na”, e poi bussa alla porta l’asiatico della pizza fly che ci ha messo meno tempo lui a portare due pizze che noi ad aprire una bottiglia di vino rosso (dopo una serie di tentativi falliti causa cavatappi disagiante, stavamo per azzardare la via del cacciavite o anche della sciabola). “mattia non è necessario che tu apra una bottiglia apposta per noi, vanno bene anche le birre” “no no, è un piacere aprire del vino quando ho la casa piena di vagine”.
prosciuttoefunghi mangiata mentre youporn passa il video simpatico di una ragazzetta che dalla provincia si è spostata in città per cercar fortuna in campo musicale ma visti gli insuccessi approda nella scena come ragazza suicida che offre del sesso orale di ottima annata, noi applaudiamo, apprezziamo il talento cinematografico, ma soprattutto cogliamo la sottile ironia burlesca e infatti ridiamo veramente molto, moltissimo.
(nonostante tutto, la fame non ci è passata)
elisa mi regala un sacchetto di tasti di una tastiera nera che per staccarli si è rotta delle dita e io ammiro sempre tanto questi gesti eroici perciò gioisco, e gioisco.
vorremmo cercarci una casa tutta nostra come un foglio bianco su cui sbizzarrirci, siamo d’accordo che ci basterebbero delle camere piccole a costo che ci fosse una bella stanza grande dove trascorrere le serate insieme, una casa dove non rubino le biciclette e la posta non venga fagocitata da non si sa quale spiritello della notte.

adoro le definizioni musicali di myspace, ad esempio pearly gate è tropicale ma concreta, dan sartain è invece una lirica visual acusmatica per nastro, ed enzo ghinazzi in arte pupo è pop melodico latina, o anche “la risposta italiana a sting” (cit. g. boncompagni).

la cartaigienica profuma di borotalco ed è morbida tipo cotone,
mica come quella monovelo di via giambellino presa con la carta fidaty, che profuma di trenitalia e anche un pò, diciamocelo, di free press stile city o leggo.

joey continua a dimagrire, adesso potrei farla scritturare per uno spot contro il maltrattamento nei canili, o la fame nel terzo mondo canino. le conto le vertebre e le costole, le dico “vai tranquilla zia, non ho mai visto una cagna più fica di te, continui ad essere il labrador più bello del reame.”
quando la sera mi metto a letto, il soffitto mi sembra incredibilmente lontano e le voci al piano di sopra familiari, fuori dalla finestra c’è la provincia, ci sono i pini piegati sull’arno e una certa pace carica di malinconia. non credo che il mondo finisca qui, ma se me ne scordo anche solo cinque minuti sono finita io ed è per questo che ogni volta mi porto via un pezzo di stanza che sia una cartolina o un biglietto scritto da mia madre.
al mattino si ricomincia con gli occhi di rana, il risveglio è a base di testamenti che fanno resuscitare morti ormai non appellabili e dunque oltre all’inganno la beffa, che certa gente sa cosa siano gli affettati ma non gli affetti, e se gesù cristo fosse vivo oggi aggiungerebbe una postilla al suo Decalogo: Non desiderare la casa, la moglie o il bue del tuo prossimo, ma in alcuni casi desidera pure la sua fine che poi ci penso io.
(il potere più grande di Amalia non è quello di ingannare come se non esistesse altra attività più interessante al mondo, ma la capacità di perseverare ai livelli di un maniaco sessuale xenofobo. il grottesco è che lei si scopa solo fogli di filigrana.)
intanto ci si prepara alla terza estate a base di corridoi che odorano di disinfettanti e ore di attesa davanti a porte saloon che sembrano sigillate con la colla - la settimana enigmistica può diventare molto utile quando meno ci si aspetta -, fare amicizia con la prima persona che ti passa davanti con quello sguardo complice che tanto qui non c’è bisogno di spiegarsi più di tanto, prendere un gelato al bar dei camici chiacchierando di cronaca mondana come se per cinque minuti fosse possibile dimenticare il contesto.

tornare a milano vuol dire allora poter cliccare su “off” anche solo per finta, assistere a una rissa sanguinolenta tra algerini nella metro verde, girare la chiave sperando di sentire la voce di antonio che mi saluta, entrare nella camera con le tende piene di casine disegnate e trovare una rana berlinese di carta sul tavolo con un tatuaggio sul petto che recita “You say Baratro, I say sbovva. A.
e ritrovarsi per la prima volta a dire “Casa.”

come al solito perdo la maglia per strada. poi però la ritrovo. “fortuna che sono migliorata, fino a qualche anno fa lasciavo almeno un oggetto in ogni luogo che visitavo. e me ne accorgevo il giorno dopo.”

trenitalia non è solo il male, è anche una lista di comuni sconosciuti che a volte hanno nomi esotici (santhià) ed è anche cruciverba lasciati a metà causa problemi di comunicazione (“un modo antiquato per dire malato, quattro lettere, la seconda è una g” “indisposto!”), poi ti faccio le foto mentre dormi e tu mi passi per la quindicesima volta il pacchetto di zigulì, io addento l’ultima barretta di kinder cioccolato. lo so che dico banalità, ma il nuovo bambino kinder ha la faccia da schiaffi e i capelli leccati da una mucca, io volevo quello con l’acconciatura da nerd e gli occhi da cicciobello. è un pò come l’ovino della principessa negra che all’interno non ha lo strato di cioccolato al latte ma è tutto nero, “per chi non l’avesse capito noi disney/kinder siamo per l’integrazione razziale e quindi sia chiaro che anche le negre possono abbandonare i campi di cotone e diventare principesse a condizione che non ci sia del bianco nei loro ovetti, sennò come si fa a capire che comunque una differenza c’è.” e dentro poi ci trovi un dinosauro brutto e sfigato (mica denver), nonostante la scritta “frog” facesse intendere ben altro mi pare.

insomma la mole non ha a che fare con una delle sette unità di misura fondamentali del sistema internazionale, ma con l’eden, quello vero, dove non ci sono rettili, ci sono solo poltrone sonorizzate, rita hayworth che balla sinuosa e una stanza a luci rosse con un lettore stereoscopico dal quale appaiono morbidose donne ottocentesche impegnate in dolci attività di onanismo, come se non ci fosse un domani.
il putto della scolaresca classe ‘99 tenta il colpo prendendomi di sorpresa mentre la maestra è lontana, “cosa c’è là dentro?”, “eh, sapessi…”, “tanto io qui ci torno da solo e ci entro!”, “bravo, dammi un cinque fratello.”

noi due diventiamo la vera attrazione del museo, che ogni guardia che c’incontra pare voler interpretare il ruolo di caronte nel nostro percorso e poi ci chiede pure se va tutto bene, se abbiamo visto quella sala o quell’altra, se per caso abbiamo bisogno di un caffè, se insomma è tutto quanto di nostro gradimento. a parte entrare come due ebeti in una scena di matrix che viene mandata in replay sul maxischermo, direi che si, è proprio una meraviglia questo posto.

alle ore 15.00 le tue vertigini si aggrappano al mio braccio e la mia fame alle banane di plastica dell’85 cent shop,
gli assassini di bussole si riconoscono per questo, perché l’importante è perdersi sempre, perché “quel mondo non esiste, bisogna crearlo come la fenice”.

mi profumano ancora le mani di fragole.
le finestre del palazzo di fronte sono semi aperte e semi chiuse e dalle tende verdi ogni tanto sbuca fuori una testa che vorrei invitare a cena. la la love you baby, dice charles sbeffeggiando.

a.a.a. cercasi pizza connection con musiche scritte da tano badalamenti e improbabili condimenti a base di rappresaglie in stile gioventù anni duemila, del tipo “hei, non ho un futuro come virtual fuckoffer, posso almeno farmi notare come interior self-masturbation designer?”, e la risposta è sempre “no, non puoi, il settore è saturo e le mie palle pure.”

comunque i gelati alla banana dell’esselunga vanno giù che è una bellezza, certe volte s’ignora cosa possa nascondere il reparto surgelati al secondo piano, e per questo c’è federica a fare da cicerone. lei i gelati li usa anche come sparabolle, per inciso. intanto la luce se ne va e i lampioni diventano arancioni, le auto smettono di strombazzare, la signora al civico 11 porta la bici dentro il palazzo e il vecchio al secondo piano legge il giornale coi calzini tirati su fino al ginocchio. ciao nonno, vuoi venire tu al civico 39 che cosi la commentiamo insieme la cronaca sportiva?